RICONOSCIMENTO
Premio “La grande firma”

Nel luglio 2026 ho ricevuto a Roma il premio «La Grande Firma», nell’ambito di Grandi Firme Padel, storica manifestazione che riunisce esponenti del mondo del giornalismo e della comunicazione e che affianca al torneo sportivo alcune iniziative dedicate ai temi dell’informazione.
Il riconoscimento mi è stato assegnato per l’elaborato Nell’epoca del rumore, il giornalismo deve tornare a essere bussola, presentato nell’ambito del concorso rivolto agli studenti universitari, al quale ho partecipato in quanto studentessa di Scienze e Tecniche Psicologiche.
Avevo scoperto l’iniziativa attraverso i canali della mia università e ho deciso di partecipare scegliendo un tema che sento particolarmente vicino: la responsabilità delle parole e il modo in cui la comunicazione può influenzare la nostra comprensione della realtà.
Ricevere questo riconoscimento è stata una sorpresa e una grande soddisfazione.
Di seguito riporto il testo premiato.
“Nell’epoca del rumore, il giornalismo deve tornare a essere bussola”
Viviamo in una società che riceve notizie continuamente, ma non sempre informazioni. La differenza è decisiva: la notizia arriva, colpisce, si consuma e viene sostituita da un’altra; l’informazione, invece, non si limita a riferire un fatto: lo verifica, lo colloca in un contesto e lo restituisce al cittadino con rigore, responsabilità e coraggio. Se il giornalismo vuole tornare a essere un punto di riferimento, deve ripartire da questo confine.
I social media hanno cambiato tutto. Hanno reso l’accesso alle notizie più rapido, più democratico, più partecipato, dando voce a realtà che prima restavano ai margini. Sarebbe inutile demonizzarli, ma è impossibile ignorare che il loro linguaggio premi spesso ciò che è più emotivo, più divisivo, più scandaloso. Nell’economia dell’attenzione non vince sempre ciò che è vero: vince ciò che trattiene lo sguardo.
Il problema nasce quando il giornalismo, invece di presidiare questa differenza, comincia a imitare il rumore. Accade ogni volta che l’audience viene scambiata per autorevolezza, la velocità per competenza, il clamore per servizio pubblico. In quel momento il cittadino non viene informato: viene trascinato dentro un processo mediatico in cui l’indignazione precede la verifica. E si innesca un circolo vizioso difficile da spezzare: un pubblico abituato a titoli sensazionalistici e pezzi scarni finisce per non reggere più la complessità e il giornalismo, per inseguirlo, la riduce ulteriormente. Ma vale la pena chiedersi chi abbia educato chi. Se per decenni l’informazione ha premiato lo scandalo sulla sostanza, non può poi sorprendersi di un pubblico che chiede solo scandalo. La responsabilità non è solo del lettore: è anche di chi ha scelto, anno dopo anno, cosa mettere in prima pagina.
C’è poi un cambiamento più sottile, ma decisivo: il titolo oggi spesso sostituisce la notizia. Sui social è la parte più consumata, non solo soglia dell’articolo, ma cornice attraverso cui molti giudicheranno qualcosa che non leggeranno. Un titolo non informa soltanto: orienta la reazione, amplifica paura o indignazione, offre un colpevole immediato. Per questo un titolo fuorviante non è una licenza di stile, ma una cornice mentale. Quelle poche parole devono essere ancora più oneste, non meno.
A questo si aggiunge oggi la sfida dell’intelligenza artificiale. Usarla per scrivere articoli senza verificarne i contenuti, senza approfondire, senza il guizzo di chi ha davvero capito una storia, non è innovazione: è delega. L’AI può essere uno strumento straordinario, ma come ogni strumento dipende da chi lo usa e da quanto sa valutarne il prodotto. Il rischio vero non è l’errore fattuale: è l’atrofia.
Un giornalismo che smette di ragionare autonomamente, di faticare sul pezzo, di scegliere le parole con coscienza, diseduca se stesso. E chi ha perso l’abitudine al pensiero critico difficilmente può allenarlo negli altri.
Adeguarsi all’innovazione è necessario, ma va capito cosa significa. Un tempo significò abbandonare la carrozza per l’automobile: un progresso reale. Ma l’automobile più veloce non legittima di investire i pedoni. Innovare nella forma, nel linguaggio, nei canali è intelligenza; cedere nella sostanza, nella verifica, nella profondità è un’altra cosa. La libertà di stampa, fondamento democratico che molti danno ormai per scontato, perde ogni senso se chi la esercita non se ne sente responsabile.
Il giornalismo dovrebbe essere anche esempio di linguaggio, non per eleganza ornamentale, ma perché le parole educano lo sguardo con cui una società interpreta se stessa. Scrivere bene significa scegliere parole precise, rispettose, non servili alla moda del momento. Se il giornalismo pretende responsabilità dal potere, deve esercitarla prima di tutto nel proprio modo di nominare persone, fatti e colpe.
Il giornalismo non dovrebbe limitarsi a inseguire ciò di cui tutti parlano. Dovrebbe avere la forza di dire: “Questo fatto è più complesso di come viene raccontato”, oppure: “Non sappiamo abbastanza per trasformarlo in verità pubblica”. In un’epoca in cui tutti possono pubblicare, e molti lo fanno senza verificare, il valore del giornalista non è solo dare una notizia, ma reggere la responsabilità di selezionarla, verificarla, contestualizzarla e, a volte, rallentarla.
Nell’epoca del rumore, il giornalismo non tornerà centrale cercando di urlare più forte dei social. Tornerà centrale se saprà essere ciò che i social spesso non sono: memoria, contesto, verifica, misura, responsabilità. Non il primo a parlare, ma il primo di cui potersi fidare. Non un megafono. Una bussola.
