Ogni volta che ascolto There Must Be More to Life Than This di Freddie Mercury, anche nella splendida versione con Michael Jackson, rimango colpita da quanto una canzone scritta molti anni fa riesca ancora a parlare del presente. Racconta la guerra, l’odio, la sofferenza e quella violenza che gli esseri umani continuano a infliggersi, ma il pensiero sul quale finisco più spesso per soffermarmi riguarda qualcosa di meno evidente: il modo in cui possiamo abituarci anche a ciò che, almeno inizialmente, ci sembrava intollerabile.
Di fronte alle tragedie che si susseguono nel mondo possiamo provare dolore, indignazione, incredulità, ma anche stanchezza e impotenza. Le immagini si moltiplicano, le notizie si sovrappongono e, a un certo punto, può diventare difficile continuare a reagire con la stessa intensità. Prendere una certa distanza da ciò che ci turba non significa necessariamente essere indifferenti; talvolta è proprio ciò che ci permette di non rimanere sopraffatti e di continuare a vivere.
C’è però una differenza tra attenuare la propria risposta emotiva e modificare il giudizio su ciò che accade. Possiamo essere meno scossi da una notizia e continuare a considerarla profondamente ingiusta. In altre circostanze, invece, la familiarità rischia di fare qualcosa di più: ciò che incontriamo continuamente smette di sorprenderci, finché non ci interroghiamo quasi più sul perché debba accadere o sulla possibilità che le cose possano essere differenti.
Su un piano molto diverso, qualcosa di simile può verificarsi anche nelle situazioni quotidiane. Ci abituiamo a comportamenti che inizialmente ci ferivano, a un disagio che viene regolarmente minimizzato, a un conflitto che nessuno affronta più. Possiamo adattarci a un ambiente di lavoro, a una relazione, a un ruolo o a un modo di vivere che, con il passare del tempo, ha smesso di corrispondere a ciò che desideriamo, senza riuscire a individuare con precisione quando quella distanza abbia cominciato a formarsi.
Raramente tutto questo avviene attraverso una decisione esplicita. Più spesso si costruisce attraverso una successione di piccoli compromessi, ciascuno dei quali può apparire perfettamente ragionevole. Si rinuncia a qualcosa perché non è il momento, si rimanda una scelta per evitare ulteriori difficoltà, si accetta una situazione perché, almeno nell’immediato, modificarla comporterebbe conseguenze che non siamo pronti ad affrontare. Nel frattempo, ciò che in principio consideravamo provvisorio può diventare un’abitudine, fino a sembrarci parte inevitabile della nostra vita.
A volte intervengono anche le spiegazioni che riceviamo dagli altri. Ci viene detto che stiamo esagerando, che certe cose succedono ovunque, che dovremmo accontentarci o che, semplicemente, la vita funziona così. Non sempre queste affermazioni nascono dal desiderio di condizionarci; possono riflettere convinzioni sincere, esperienze personali o gli stessi limiti entro i quali chi parla ha imparato a muoversi. Eppure, se le ascoltiamo abbastanza a lungo, possiamo finire per utilizzarle noi stessi, convincendoci che ciò che abbiamo imparato a sopportare sia anche ciò che dobbiamo necessariamente accettare.
L’adattamento, naturalmente, è una capacità preziosa. Ci permette di attraversare periodi difficili, convivere con limiti che non possiamo eliminare e trovare un equilibrio anche quando le circostanze non sono quelle che avremmo desiderato. Ci sono compromessi che scegliamo consapevolmente, rinunce che consideriamo giustificate e situazioni sulle quali, almeno per un certo tempo, abbiamo possibilità di intervento molto limitate.
Ciò che trovo interessante è quanto possa diventare sottile, nel tempo, il confine fra una condizione che abbiamo deciso di accettare e una alla quale abbiamo semplicemente smesso di opporci, magari perché non riusciamo più a immaginare un’alternativa. Possiamo continuare a svolgere i nostri compiti, mantenere le relazioni e rispettare gli impegni, mentre ciò che un tempo desideravamo si allontana progressivamente dalle nostre giornate. Non è detto che quel desiderio sia scomparso; forse abbiamo soltanto imparato a non confrontarci troppo spesso con la distanza che lo separa dalla nostra realtà.
Eppure la familiarità non è una prova di inevitabilità. Il fatto che qualcosa sia sempre stato fatto in un certo modo non dimostra che quello sia l’unico modo possibile, così come una situazione che oggi non possiamo modificare non è necessariamente destinata a rimanere identica per sempre. Talvolta le alternative esistono ma non le vediamo, altre volte richiedono condizioni che ancora non abbiamo, oppure comportano difficoltà che dobbiamo decidere se siamo disposti ad affrontare. Può anche darsi che, dopo aver valutato tutto questo, scegliamo di non cambiare nulla. È diverso, però, scegliere di restare dopo aver considerato le alternative e convincersi, poco alla volta, che non ne esistano. Forse è per questo che There Must Be More to Life Than This continua a emozionarmi: non perché prometta che tutto possa cambiare, ma perché in quelle parole riconosco il rifiuto di prendere per inevitabile una realtà soltanto perché abbiamo imparato a conviverci.
E ogni volta che la ascolto mi torna la stessa domanda, semplice e scomoda: davvero non può esserci altro?

