Durante un viaggio mi sono imbattuta in una scultura piuttosto singolare: un enorme elefante rosso che sembrava spingere la testa contro il muro di un edificio. La sua mole e la posizione in cui era rappresentato mi hanno fatto pensare a quante volte, di fronte a un ostacolo, la nostra prima reazione sia quella di insistere, magari aumentando l’impegno e la forza con cui cerchiamo di superarlo.
Del resto, perseverare è una qualità che siamo abituati a considerare positivamente, e non senza ragione. Molti risultati richiedono tempo, pazienza e la capacità di affrontare difficoltà senza scoraggiarsi ai primi insuccessi. Se abbandonassimo ogni progetto quando qualcosa non procede come speravamo, probabilmente porteremmo a termine ben poco.
Ma come riconoscere il momento in cui la perseveranza, anziché aiutarci ad avanzare, comincia a trattenerci su una strada che non sta funzionando?
La difficoltà nasce anche dal fatto che, quando siamo coinvolti in qualcosa a cui teniamo, raramente viviamo la nostra insistenza come un’ostinazione irragionevole. Abbiamo buoni motivi per continuare, conosciamo gli sforzi già compiuti e sappiamo che certe conquiste non arrivano facilmente. Davanti all’ennesimo ostacolo, pensare che occorra soltanto impegnarsi ancora un po’ può sembrarci la conclusione più sensata.
Immaginiamo un professionista che abbia deciso di sviluppare una nuova attività. Ha dedicato mesi alla preparazione, investito risorse economiche, studiato il mercato e costruito una proposta nella quale crede. I primi risultati sono inferiori alle aspettative, ma non sarebbe ragionevole pretendere che un progetto appena avviato produca immediatamente ciò che desideriamo. Decide quindi di insistere, aumenta il tempo dedicato alla promozione, intensifica i contatti e continua a investire.
Fin qui, nulla di necessariamente sbagliato. Il problema potrebbe emergere se, dopo un periodo sufficientemente lungo, i riscontri continuassero a essere deludenti e la risposta fosse ancora quella di aumentare l’impegno, senza interrogarsi su ciò che sta effettivamente accadendo. Forse la proposta non incontra le esigenze delle persone alle quali si rivolge, forse i canali scelti non sono adeguati, oppure alcune condizioni sono cambiate rispetto al momento in cui il progetto era stato concepito.
Proprio a quel punto, però, fermarsi a riesaminare la situazione può diventare particolarmente difficile. Più tempo ed energie abbiamo investito, più può sembrarci inaccettabile l’idea di averli impiegati in una direzione che non sta dando i risultati sperati. Ci diciamo che sarebbe assurdo rinunciare adesso, dopo tutto quello che abbiamo fatto, e che un ultimo sforzo potrebbe finalmente ripagarci.
La psicologia delle decisioni ha studiato questo fenomeno, noto come effetto dei costi irrecuperabili: gli investimenti già sostenuti possono influenzare la decisione di proseguire, anche quando non dovrebbero essere determinanti per valutare le possibilità future.
Non è difficile comprenderne la logica. Cambiare strada può farci sentire come se stessimo vanificando il lavoro precedente, mentre continuare ci permette di conservare la speranza che, prima o poi, tutto quell’impegno trovi una giustificazione. Il tempo già trascorso, però, non può essere recuperato insistendo, così come interrompere un progetto non cancella necessariamente ciò che abbiamo imparato durante il percorso.
C’è poi un’altra difficoltà, meno evidente: a volte finiamo per identificare l’obiettivo con la strategia che abbiamo scelto per raggiungerlo. Ci affezioniamo a un progetto, a un metodo, a una decisione presa tempo prima, fino a considerare qualsiasi cambiamento di rotta come una rinuncia. Eppure possiamo rimanere profondamente determinati a ottenere un risultato, riconoscendo nello stesso tempo che il modo in cui abbiamo cercato di raggiungerlo non è più adeguato.
Nel caso del nostro professionista, l’obiettivo di sviluppare una nuova attività potrebbe essere ancora valido, mentre la proposta o il modo di presentarla richiederebbero una revisione. Ma l’ostinazione può manifestarsi anche quando le cose cominciano finalmente a funzionare: incoraggiato dai risultati, potrebbe continuare a intensificare il proprio impegno, senza più domandarsi se quel ritmo sia ancora necessario o desiderabile.
Una scadenza importante giustifica qualche giornata più lunga; un’opportunità da non perdere porta a rimandare un impegno personale; un cliente da seguire richiede di rinunciare ancora una volta a un momento di riposo o a un’occasione da trascorrere con le persone care. Ciascuna decisione, presa isolatamente, può avere perfettamente senso. Intanto, però, le rinunce si accumulano e ciò che doveva essere eccezionale rischia di diventare la normalità.
Anche le persone che gli stanno accanto possono cominciare a reagire diversamente. Qualcuno si lamenta della sua assenza, qualcun altro smette di coinvolgerlo in determinate attività, forse perché si è abituato a ricevere sempre la stessa risposta. E lui, completamente assorbito dal progetto, potrebbe interpretare quelle reazioni come una mancanza di comprensione verso ciò che sta cercando di realizzare, senza considerare quanto il proprio comportamento abbia contribuito a modificare le aspettative degli altri.
Non sappiamo se questo accadrà, naturalmente, né possiamo stabilire dall’esterno quali sacrifici siano eccessivi. Una persona può scegliere consapevolmente di dedicare un periodo della propria vita quasi interamente a un progetto, accettando rinunce anche importanti. Diverso è continuare ad accumularle senza quasi accorgersene, fino a scoprire che, mentre tutta l’attenzione era rivolta al traguardo, sono cambiate anche le condizioni della propria vita e delle proprie relazioni.
La perseveranza può dunque trasformarsi in ostinazione anche nel modo in cui perseguiamo un obiettivo, indipendentemente dal fatto che lo stiamo raggiungendo oppure no. E talvolta è lo stesso traguardo a meritare una nuova valutazione: le circostanze, le opportunità e le risorse disponibili possono essere cambiate, così come le nostre priorità. Una decisione ragionevole quando è stata presa potrebbe non esserlo più nelle condizioni attuali, senza che questo significhi aver sbagliato allora.
D’altra parte, non ogni difficoltà segnala la necessità di cambiare. Esistono attività che richiedono tempi lunghi, tentativi ripetuti e periodi nei quali i progressi sono difficili da riconoscere. Anche modificare continuamente strategia, senza concederle il tempo necessario per essere valutata, può impedirci di capire che cosa avrebbe funzionato.
La distinzione tra tenacia e testardaggine diventa allora meno immediata di quanto sembri. Non possiamo ricavarla soltanto dalla quantità di impegno, dal numero di tentativi o persino dal risultato finale. Conta anche quanto siamo ancora disponibili a osservare ciò che accade, a mettere in discussione le nostre ipotesi e a riconoscere le conseguenze delle scelte che continuiamo a compiere.
Ripensando a quell’elefante rosso, mi colpisce ancora tutta quella forza concentrata contro il muro. Guardandolo dall’esterno, cambiare direzione sembra una soluzione quasi ovvia. Quando invece siamo noi a perseguire qualcosa a cui teniamo, conosciamo tutte le ragioni per cui abbiamo cominciato a spingere, ricordiamo gli sforzi già compiuti e abbiamo ben presente ciò che speriamo di raggiungere. Diventa molto meno semplice capire se sia arrivato il momento di cambiare strada, soprattutto quando siamo così concentrati sul traguardo da non accorgerci più di ciò che sta accadendo intorno a noi.

