SPUNTI E RIFLESSIONI

Solo cinque minuti…

Prendiamo il telefono per rispondere a un messaggio, controllare una notifica o cercare un’informazione. Nel frattempo qualcosa attira la nostra attenzione: un titolo curioso, un video, il commento a una notizia. Apriamo, leggiamo, scorriamo, passiamo da un contenuto all’altro e, quando finalmente guardiamo l’orologio, scopriamo che è passata mezz’ora. A volte ci siamo persino dimenticati del motivo per cui avevamo preso in mano il telefono.

La prima reazione può essere di fastidio, soprattutto se avevamo qualcosa da fare. Ci ripromettiamo di stare più attenti, magari ci rimproveriamo di aver perso tempo, senza soffermarci troppo su ciò che è accaduto durante quei minuti. Eppure, se vogliamo comprendere perché ci ritroviamo così facilmente nella stessa situazione, è proprio a quei piccoli passaggi che dovremmo prestare attenzione.

Le caratteristiche delle piattaforme digitali hanno certamente un ruolo. Lo scorrimento continuo, la riproduzione automatica dei video e la successione di contenuti sempre diversi ci permettono di proseguire senza dover cercare ogni volta qualcosa di nuovo. Basta che quanto compare sullo schermo susciti un minimo di curiosità per trattenerci ancora qualche istante. Guardiamo un altro video, leggiamo qualche commento, seguiamo un collegamento e, attraverso una serie di decisioni apparentemente insignificanti, finiamo per dedicare all’attività molto più tempo di quanto avessimo previsto. Nessuno di quei singoli passaggi richiede necessariamente una riflessione sulla scelta complessiva che stiamo facendo.

A questa facilità si aggiunge la forza delle abitudini. Quando un gesto viene ripetuto frequentemente nelle stesse circostanze, può diventare sempre meno deliberato. Aspettiamo qualcuno, terminiamo un lavoro, ci troviamo davanti a qualche minuto libero e la mano cerca il telefono quasi spontaneamente, prima ancora che abbiamo deciso che cosa farne. Altre volte, invece, sappiamo benissimo perché lo prendiamo: siamo stanchi, abbiamo appena affrontato una conversazione impegnativa oppure ci aspetta un’attività della quale faremmo volentieri a meno. Cerchiamo una distrazione, un po’ di leggerezza, la possibilità di occuparci per qualche minuto di qualcosa che non richieda particolare impegno.

E può essere esattamente la pausa che desideravamo. Distrarsi, divertirsi e concedersi qualche momento senza uno scopo preciso non hanno nulla di necessariamente problematico. La situazione diventa più curiosa quando continuiamo a scorrere anche dopo che quella distrazione ha smesso di soddisfarci. Cercavamo sollievo dalla noia, ma passiamo da un video all’altro senza trovare nulla che ci interessi davvero; volevamo riposare e ci ritroviamo ancora affaticati, oppure abbiamo rimandato un impegno che, nel frattempo, è diventato più urgente.

Perché, allora, continuiamo?

Una possibile spiegazione è che, mentre l’esperienza nel suo insieme ha perso interesse, ogni nuovo contenuto conserva la possibilità di offrirci qualcosa di piacevole. Il prossimo video potrebbe divertirci, il commento successivo incuriosirci, la notizia appena comparsa meritare la nostra attenzione. Proseguire richiede pochissimo, mentre fermarsi comporta una decisione che possiamo tranquillamente rimandare ancora una volta. Si crea così una situazione particolare: continuiamo a compiere piccole scelte, ma perdiamo progressivamente di vista la direzione che stanno prendendo.

È una forma molto quotidiana di assenza, che non ha nulla di misterioso. Siamo occupati, leggiamo, osserviamo, reagiamo e talvolta ci lasciamo persino coinvolgere da ciò che compare sullo schermo. Quello che può venir meno è l’attenzione al motivo per cui avevamo cominciato e al fatto che desideriamo, o meno, continuare. In questo senso, possiamo ritrovarci assorbiti in un’attività senza esserci mai fermati a decidere di dedicarle tutto quel tempo.

Quando finalmente posiamo il telefono, ciò che proviamo dipende anche da come valutiamo l’esperienza appena trascorsa. Mezz’ora passata piacevolmente può lasciarci soddisfatti, mentre lo stesso intervallo di tempo può irritarci se abbiamo la sensazione di averlo sottratto a qualcosa che consideravamo importante. Alla discrepanza tra ciò che intendevamo fare e ciò che abbiamo effettivamente fatto si aggiunge talvolta un giudizio severo verso noi stessi: possibile che non riusciamo neppure a fermarci quando vogliamo?

Il disagio, quindi, non dipende necessariamente dalla durata dell’utilizzo, ma anche dalle aspettative con cui avevamo iniziato, dalle conseguenze che attribuiamo alla distrazione e dalla percezione di aver perso il controllo del nostro tempo. Naturalmente, non sempre questo giudizio si presenta. Ci sono occasioni in cui riprendiamo semplicemente le nostre attività senza pensarci, altre nelle quali ci accorgiamo del tempo trascorso soltanto quando una scadenza ci mette fretta. E ci sono anche momenti in cui sappiamo già che vorremmo fermarci, ma continuiamo comunque a scorrere.

Rimproverarci per la nostra scarsa disciplina rischia di aggiungere irritazione senza aiutarci a comprendere il comportamento. Sarebbe probabilmente più utile osservare in quali circostanze prendiamo automaticamente il telefono e che cosa succede quando la distrazione non ci offre più ciò che stavamo cercando. Se lo abbiamo utilizzato per concederci una pausa, per esempio, potremmo provare a riconoscere il momento in cui smettiamo di divertirci o di trovare sollievo e continuiamo soprattutto per abitudine. Interrompere per qualche istante la successione dei contenuti può essere sufficiente a farci riconsiderare se desideriamo proseguire, tornare a ciò che stavamo facendo oppure scegliere un modo diverso di riposare.

Possiamo anche intervenire sulle condizioni che rendono così immediata la prosecuzione, disattivando notifiche superflue, evitando quando possibile la riproduzione automatica o rendendo meno accessibili le applicazioni che apriamo senza pensarci. Sono piccoli accorgimenti che non eliminano le abitudini, ma possono offrire qualche occasione in più per accorgerci di ciò che stiamo facendo, senza affidare ogni volta il compito di fermarci alla sola forza di volontà.

Non occorre trasformare ogni pausa in un esercizio di autodisciplina, né stabilire che esista una quantità di tempo universalmente giusta da dedicare allo smartphone. Possiamo trascorrere mezz’ora a guardare qualcosa che ci diverte ed esserne perfettamente soddisfatti. Vale però la pena riconoscere quei momenti in cui continuiamo un’attività che non ci interessa più, soltanto perché interromperla richiederebbe di scegliere che cosa fare dopo. In fondo, quando diciamo «solo cinque minuti», una scelta l’abbiamo già fatta. Il problema può nascere quando quei cinque minuti finiscono e noi, presi da tutto ciò che viene dopo, non ci accorgiamo neppure che sarebbe il momento di farne un’altra.

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