Diversi anni fa, durante un fine settimana di formazione, il relatore ci propose un esercizio piuttosto particolare: immaginare il giorno del nostro funerale.
Chi sarebbe stato presente? Che cosa avrebbero detto di noi? Erano quelle le persone dalle quali avremmo desiderato essere ricordati? E ciò che immaginavamo di sentir dire corrispondeva davvero a quello che avremmo voluto lasciare di noi?
Ricordo di essere rimasta a fissare il foglio bianco sul quale avrei dovuto scrivere le risposte, pensando: «Ma che caspita di domanda è questa?».
Poi, come faccio spesso quando qualcosa mi spiazza, ho provato a scherzarci sopra. Mi sono immaginata una di quelle interviste televisive in cui, interrogato su una persona venuta a mancare, qualcuno dichiara con grande convinzione: «Eh, salutava sempre!».
Mi è venuto da sorridere, ma visto che ero lì per fare sul serio, ho deciso di prendere sul serio anche quella domanda. E così ho cominciato ad immaginare.
Più cercavo di visualizzare la scena, più sentivo crescere dentro di me una sensazione di vuoto e di angoscia. Mi sentivo convinta che al mio funerale ci sarebbero state pochissime persone e che, anche tra quelle presenti, nessuno avrebbe avuto granché di bello o di interessante da raccontare sul mio conto.
Erano soltanto immagini costruite dalla mia mente, eppure in quel momento mi sembravano terribilmente reali, come un pugno nello stomaco.
Davvero contavo così poco? Non avevo fatto nulla che valesse la pena ricordare? Chi mi voleva bene davvero? Che cosa stavo facendo della mia vita e che cosa avrei lasciato dietro di me? Quei pensieri mi fecero male. Ma la scoperta più dolorosa arrivò poco dopo, quando mi resi conto di qualcosa che, fino a quel momento, non avevo considerato.
Nessuno aveva pronunciato quelle parole su di me. Nessuno mi aveva detto che non sarei mancata, che non avevo fatto niente di buono o che non ci fosse nulla per cui ricordarmi con affetto.
Ero io a non riuscire a immaginare che qualcuno potesse avere qualcosa di bello da dire sul mio conto.
Avevo cercato di vedere me stessa attraverso gli occhi degli altri, ma in quella scena immaginaria avevo finito per mettere soprattutto il giudizio che, in quel periodo, avevo di me. La persona che più di tutte faticava a riconoscere qualcosa di buono in me ero proprio io.
Non so descrivere esattamente che cosa cambiò in quel momento. So però che quella consapevolezza mi colpì profondamente. Un esercizio nel quale avrei dovuto immaginare la mia morte mi aveva messa (intenzionalmente) davanti a una domanda che riguardava, molto concretamente, la mia vita: se ero io la prima a guardarmi in quel modo, come volevo continuare a vivere?
Non significa che da quel giorno sia cambiato tutto. Le trasformazioni importanti raramente si compiono in un istante e anche la mia ha richiesto tempo, decisioni, ripensamenti e qualche difficoltà. Ma quell’episodio rimane dentro di me come uno dei punti di svolta più significativi nel modo in cui ho cominciato a guardare me stessa e le possibilità che avevo davanti.
Mi sono interrogata su quante cose rimandassi a un futuro indefinito, su quanti desideri lasciassi sospesi in attesa del momento giusto e su quanto spazio stessi dando a ciò che per me contava davvero. Non si trattava di dover fare qualcosa di straordinario o di riempire ogni giornata di esperienze memorabili. Volevo piuttosto arrivare a riconoscermi nella vita che stavo costruendo, nelle mie scelte e nel modo in cui mi relazionavo agli altri.
Negli anni ho fatto scelte che un tempo non avrei immaginato, ho intrapreso nuovi percorsi e ho continuato a fare progetti anche se non sono più giovane. Ho trovato nel lavoro con le persone anche un modo per restituire qualcosa dell’aiuto che io stessa avevo ricevuto nei momenti difficili. Non tutto è stato semplice, naturalmente, ma oggi mi sento più serena, guardo al futuro con più entusiasmo e, soprattutto, sono molto meno severa con me stessa.
Non so quante persone verranno al mio funerale né che cosa avranno da dire. Potrebbero sempre esserci quattro gatti e magari nessuno troverà parole particolarmente memorabili. La differenza è che oggi quel pensiero non mi fa più guardare me stessa come allora.
E comunque, se dovesse calare il silenzio…Oh, SALUTAVO SEMPRE!

